ROSA JIJON It's just a game

ROSA JIJON

It's just a game

a cura di Martina Sconci

dal 31 maggio al 12 giugno 2012


 

Giovedì 31 maggio alle 18,30, presso la sede del MU.SP.A.C. – Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea – sarà inaugurata la mostra personale dell’artista ecuadoriana Maria Rosa Jijon (Quito, 1968) dal titolo “It’s just a game”, a cura di Martina Sconci. È questo il quarto evento d’arte contemporanea che si inserisce all’interno del progetto “Percorsi Migranti”, promosso dal Coordinamento Ricostruire Insieme in collaborazione con il MU.SP.A.C., per favorire l’incontro interculturale nella città dell’Aquila e non solo, all’interno di varie discipline. Una riflessione di Simòn Bolìvar introduce la mostra: con grande delusione Il “Libertador” dell’America Latina parla del futuro della sua regione, offrendo uno sguardo pessimista sull’avvenire e allo stesso tempo lanciando un invito a riflettere sul significato di migrazione. Nel video It’s just a game delle telecamere a infrarossi registrano i passaggi di frontiera dei migranti. Giocando sull’ambivalente significato della parola “game”, intesa come “gioco” ma anche come “preda”, le immagini, ironicamente accompagnate da una musica ripetitiva e alienante tipica dei videogiochi, fanno riflettere sui sistemi di controllo. In un’epoca cibernetica in cui l’azzeramento delle distanze di spazio e tempo promette una grande libertà dagli ostacoli di carattere fisico e una capacità inaudita di muoversi e agire a distanza, siamo ancora “prede” o “pedine” di un videogame comandato dalla società. Lo Stato ci sorveglia ma noi non possiamo sorvegliarlo. I cartelli usati per manifestazioni anti immigrazione, raccolti dall’artista da vari siti xenofobi per creare l’installazione “STOP!”, infondono una sensazione di pericolo e allerta. In “Extraterritorial. Remake 2004 – 2012” siamo invece circondati da infinite pagine della legge Bossi-Fini, mentre la comunità latino-americana di Roma legge tutti gli articoli che la compongono, ricordandoci tutti i problemi che sono costretti ad affrontare, tra cui quelli legati alla cittadinanza dei figli nati in Italia da genitori stranieri. Sujeto Movil impone una riflessione sull’immagine che la società contemporanea crea dello straniero, attribuendogli alcune caratteristiche fisiche o comportamentali fuori dai canoni tradizionali, per suscitare paura, rifiuto o perplessità: un modo efficace per ottenere il sostegno di una popolazione acritica che consuma messaggi senza discriminarne i contenuti e i propositi. Le persone nel video, silenziose davanti alla telecamera, si mostrano per quello che sono. L’immagine che ne risulta è una critica ironica sulle differenze genetiche, etniche e razziali, attribuite ai migranti nell’uso originario della foto antropologica per gli studi sulla diversità genetica. Kika, è una donna ecuadoriana che sognava di emigrare in Europa per vivere una vita migliore. Ci racconta confidenzialmente la sua storia di migrazione fallita, ricordandoci che “tutti siamo condannati a una vita di scelte, ma non tutti abbiamo i mezzi per scegliere” (Z. Bauman).

 

 

 

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