ART e MIGRAZIONE mostra finale del progetto europeo

LA MIGRAZIONE DELL’ARTE IN TEMPI DI GUERRA

 

 

Andy Warhol: Spendere è molto più americano che pensare.
Joseph Beuys: Arte=Capitale

Con questo progetto di interscambio culturale fra vari paesi europei, abbiamo cercato di avvicinare l’arte alle ampie problematiche della migrazione, la quale pur essendo sempre esistita nella storia dell’uomo, nell’ultimo ventennio, periodo della cosiddetta “globalizzazione”, ha assunto delle caratteristiche del tutto nuove.
I motivi legati ad una migrazione così intensa, anche se necessitano di specifici approfondimenti, perché sono di natura complessa, sappiamo bene che dipendono sostanzialmente dalla forte aggressione delle leggi di mercato legate allo spreco calcolato del mondo occidentale, quindi dalla profonda iniquità della distribuzione delle risorse nel mondo, dalla disoccupazione, dalle dittature, dalla mancanza di libertà, dall’assoluta mancanza dei diritti fondamentali della persona umana e, in questo periodo, dai recenti conflitti bellici che non fanno che accrescere l’odio e la povertà, aumentando così il divario tra paesi ricchi e paesi poveri e rendendo più precari gli equilibri fra le varie parti del mondo.
Secondo i dati dell’Istituto sindacale per la cooperazione internazionale, il 25% della popolazione dei paesi sviluppati beneficia dell’83% del reddito dell’intero pianeta, mentre il 75% della popolazione usufruisce solo del rimanente 17%. Appare evidente quindi che da parte dei grandi sistemi di potere non c’è alcun interesse a dare un reale sostegno ai paesi meno sviluppati perché, fra l’altro, altri dati ancor più sconfortanti ci dicono che solo la metà del bilancio militare statunitense basterebbe a eliminare la fame del mondo.
Sembra assurdo che dopo la caduta del muro di Berlino, che ha segnato la fine del bipolarismo ereditato da Yalta e dopo la Guerra del Golfo, a distanza di pochi anni sia completamente mutata la scena internazionale.
Un’epoca è già tramontata, ci troviamo all’alba di una fase nuova, piena di incognite, con le continue ed inquietanti sfide tra Oriente e Occidente che continuano a mettere in crisi i sistemi sociali, riducendo in frantumi la politica.
Essendo ormai crollate le categorie della modernità e dei grandi sistemi, riteniamo che la stessa politica deve avere una cultura della complessità ed una visione più ampia della storia, cercando di amministrare in tempi brevi i drammatici problemi del presente.
Evidentemente la corsa al riarmo e la risposta militare non possono continuare ad essere sempre le opzioni predilette in quanto rimangono solo gesti di contenimento simbolico, tamponamenti momentani ed inadeguati da parte dell’Occidente che, di fronte agli integralismi religiosi, non essendo in grado di comprendere gli aspetti sociali e antropologici di altre culture, non riesce a governare politicamente la situazione.

 

Troppi errori sono stati commessi in passato: l’utopia fallita del modernismo e la forte accentuazione consumistica ci hanno dimostrato che solo con la forza dell’economia, dell’industrialesimo, dell’illusioni conoscitive che solo la tecnologia sembrava promettere, non si può controllare lo sviluppo del mondo intero, perché bisogna tener conto anche delle esigenze spirituali dell’uomo che richiedono prima di tutto libertà e giustizia.
In questo situazione i recenti conflitti, mossi certamente da interessi economici, ma anche da problemi etnici, religiosi e politici, anziché frenare il terrorismo, lo alimentano; generano morte, fame, miseria, malattie e malnutrizione, costringono intere popolazioni ad abbandonare la propria terra e a spostarsi da una parte all’altra del pianeta, sacrificando la propria vita.
Non a caso nel manifesto delle prime iniziative del 2002, organizzate dalla nostra associazione, abbiamo ritenuto opportuno inserire l’immagine dell’opera di T.Gericoult La radeau de la Meduse (1818), perché ci sembrava un punto di partenza da cui rileggere la storia dell’Arte Moderna, collegandola ai drammatici eventi del presente.
In quest’opera una massa di corpi aggrovigliati, sofferenti e moribondi, che danno il senso tragico di un’umanità sconfitta, ci ha fatto pensare alle centinaia di uomini e bambini, vittime innocenti, che aggrappati sulle navi cercano la salvezza, così come ci appaiono dalle immagini della televisione che è sempre pronta a “massaggiare” le nostre menti e ad occultare i motivi reali di tanta sofferenza. Questi naufraghi disperati che arrivano in Italia, spesso lasciati morire in mare oppure abbandonati a se stessi in estenuanti viaggi della speranza, sono “uomini invisibili” che continuano a vivere fra noi, umiliati e privati dei propri diritti essenziali, stanno scontando gli errori di un mondo intero. Come nelle parole di Dio dette ad Adamo: “Sarai un fuggitivo ed andrai vagando per la terra”, queste persone si trovano di fronte al più essenziale dei problemi: trovare una sponda dove approdare e riguadagnare i luoghi perduti, stare in pace per trovare punti d’appoggio esistenziali.
Tutto ciò, come nel bellissimo film di Michael Winterbottom, o nel “Viaggio a Kandahar” di Mohsen Makhmalbaf, che in più occasioni abbiamo proiettato e discusso, sono “Cose di questo mondo”.
In questo scenario l’Italia, che da paese d’emigrazione è passata ad essere un paese di immigrazione, trovandosi al centro del Mediterraneo, quindi al centro dei grandi flussi migratori, dovendo affrontare quotidianamente la questione della società multietnica, non può pensare di chiudersi ed isolarsi ma deve aprirsi accogliendo i nuovi arrivati nel quadro di una nuova visione di solidarietà e cooperazione. Probabilmente bisognerà cercare nuove forme di convivenza socio-politica e pensare a nuovi modelli culturali ed etno–linguistici che tengano conto di una nuova identità culturale basata sul multiculturalismo.
Per questo abbiamo ritenuto che il mondo dell’arte non può restare indifferente o distaccato di fronte alle drammatiche vicende dell’esistenza umana. L’arte, sinonimo di autenticità, essendo già di per sé una differenza, con la sua visione totalizzante ed unitaria del mondo, può far dialogare culture diverse sui contenuti di pace, solidarietà ed integrazione sociale, con i suoi valori universali di libertà può garantire il rispetto morale per la convivenza e per lo sviluppo di rapporti civili, sociali e culturali, che riguardano l’intera umanità, assumendo così un ruolo fondamentale nel ristabilire una centralità della coscienza.
Tutto ciò si rende necessario perché non si può continuare a vivere con le assurde contraddizioni ed incomprensioni del tempo presente, né si può assistere impotenti e con terrore ad una guerra “infinita”, “lunga e sporca”, con la quale si pensa di risolvere temporaneamente problemi che vengono da lontano, non essendovi più fra l’altro, da parte delle grandi potenze, la capacità di applicare, di fronte agli opposti fondamentalismi, il giusto approccio relativistico. Non si può pensare ancora ad una cultura superbamente logocentrica, colonizzatrice ed espansionistica, perché in realtà, come nella “Mappa” dell’artista Alighiero Boetti, del 1971 – 72, “infinita” non deve essere la guerra, perché “infinita” è la geografia delle diverse culture e dei tanti mondi, che abbiamo il dovere di conoscere, senza distruggere.
Dopo l’11 settembre il mondo è cambiato e non possiamo restare passivi ad aspettare altre guerre, altri atti terroristici ed altre catastrofi. Riteniamo sia possibile sviluppare una coesistenza ed un confronto pacifico tra i popoli in nome dell’arte: unico strumento rimasto agli uomini per scavalcare le varie barriere religiose ed ideologiche e restare uniti contro il terrorismo ed ogni tipo di violenza, unico vero valore di scambio con cui riuscire ad approfondire tematiche relative all’intero corpo sociale malato, che in questo momento storico necessita di un processo totalizzante di rigenerazione e guarigione.
L’arte ha sempre avuto un respiro internazionale, dovendosi confrontare continuamente con il mondo della tecnica ha dovuto accettare l’idea di viaggio per ritrovare energia e forza espressiva.
Basta pensare al Gran Tour e ai viaggi di Goethe in Italia, quando le nostre bellezze, l’immenso patrimonio artistico che tutti ci invidiano, dalla Roma antica, al Rinascimento al Barocco, hanno portato da noi gli artisti e i pensatori più grandi del mondo.
L’importanza fondamentale delle contaminazioni culturale dell’arte nell’arco dei secoli è avvertibile in tutto il mondo. Nelle relazioni con i vari paesi europei e dopo la visita ai numerosi musei dedicati all’arte contemporanea abbiamo potuto constatare come ad esempio in Spagna è sempre esistito uno stretto legame culturale, etnico, storico e religioso tra la cultura araba e spagnola, che affonda radici profonde nella storia. L’integrazione tra la religione cristiana ed araba musulmana, che ha prodotto degli autentici miracoli architettonici ed artistici, come la Moschea di Cordoba, ci fanno sembrare assurde le incomprensioni del tempo presente.
Nello svolgimento del lavoro abbiamo pertanto cercato di garantire sconfinamenti, intrecci culturali ed una continua proliferazione di linguaggi, così come del resto è avvenuto con l’arte moderna e contemporanea. Proprio a partire da Géricault e Delacroix, che sono stati i primi artisti moderni ad introdurre l’idea di viaggio, proseguendo poi da Gauguin a Picasso, che guardando alle sculture africane ed all’antichità ha rivoluzionato l’arte moderna, passando poi per Marcel Duchamp (padre spirituale dell’Arte Concettuale) e John Cage ( grande studioso della mente umana che ha saputo coniugare la cultura orientale ed occidentale, realizzando opere visive e musicali ) ed arrivando fino a Beuys, solo per fare alcuni nomi, l’arte è sempre andata alla ricerca di un “altrove”, alla ricerca del superamento di un confine mentale, mitico, primitivo, ancor prima che geografico: anziché chiudersi nei propri confini interni, correndo lo stesso rischio a cui sembra sottoporsi il mondo politico, si è sempre nutrita di luoghi e culture diverse, anche se molte aree linguistiche nel corso della storia sono state purtroppo ghettizzate, sempre per logiche di potere, dall’omologazione di modelli egemoni.
Senza andare troppo lontano nel tempo, pensando al germe fecondatrice della filosofia e dell’arte greca o ai viaggi e alle “memorie” dell’imperatore Adriano (testimoniate nello stupendo libro della Yourcenar), che aveva fatto della sua Villa un microcosmo, facendo divenire l’arte una risorsa, una forma di soccorso, sentendosi responsabile delle bellezze del mondo, torniamo al nostro Géricault, che nel 1842, avendo espresso “il suo vivo desiderio di fare qualche viaggio lontano e di cercare una vita avventurosa in paesi estranei alla nostra civiltà, voleva visitare l’Oriente e andare a Gerusalemme.
Pensiamo poi al sogno orientale di Delacroix, alle sue “Donne di Algeri nei loro appartamenti” (1834). L’oriente rappresentava per lui una sorta di “estraneità” necessaria per rompere le convenzioni e l’Accademismo, una distanza necessaria dai generi convenzionali della pittura che gli consentiva di riprendere in totale libertà una tradizione che passa per Tiziano e Poussin.
Ad Algeri Delacroix conosce le più grandi emozioni estetiche, bellezze leggendarie sature di erotismo. Quando l’arte è invece costretta ad evidenziare i crimini della barbarie umana e gli orrori della storia, così come è stato con Goya e con Guernica di Picasso, significa che l’intera umanità è in crisi e per risorgere deve nuovamente fare appello alle energie creative di un uomo “nuovo”. Ecco che allora, così come sostiene Beuys con la sua teoria sulla scultura sociale, l’uomo deve autodeterminarsi, rinnovando le proprie idee. Prima di cadere a terra con la sua spiritualità deve riuscire a plasmare la società immersa nel caos, proprio come un albero che con il ciclo delle stagioni, dopo aver prodotto colori diversi, riesce a rinverdire le proprie foglie che daranno nuovi frutti.
Con l’opera “Kunst=Kapital” Beuys ci ha insegnato che il vero capitale non è il denaro ma l’energia creativa di tutti gli uomini Beuys, “eroe” romantico, collegandosi ai grandi filosofi del romanticismo, da Schiller a Nietzsche, passando per Goethe e Novalis, si contrappone al “mito” americano di “Andy Warhol”. Le sue bottiglie di olio di oliva, realizzate a Bolognano in Abruzzo, sono l’opposto delle bottiglie di Coca Cola di Warhol, che vengono riprodotte in serie dalla società dei consumi.
Beuys, inoltre, anche con il motto “La rivoluzione siamo noi” si collega direttamente a Schiller che nel 1795, con le sue “Lettere sull’educazione estetica dell’uomo”, già aveva riconosciuto all’arte una funzione sociale, in quanto rappresenta il mezzo con cui gli uomini si educano alla vera libertà politica liberandosi da ogni costrizione fisica e morale. Da questo punto di vista Beuys si sente legittimato a trarre le dovute conclusioni sostenendo che l’uomo è un’opera d’arte e con l’arte antropologica si realizza l’opera d’arte totale che è l’intera società, superiore quindi alle singole opere d’arte. Quest’opera “d’arte totale” è però fattibile solo con un’alternativa agli attuali sistemi economici, che Beuys stesso ha elaborato, e con la partecipazione attiva di tutti. Non deve esserci più concorrenza sleale ed aggressione violenta fra i popoli, ma fratellanza reciproca e solidarietà, estesa anche al mondo animale, vegetale e minerale, cioè a tutto il pianeta.
L’intuizioni e l’attualità del pensiero del grande artista tedesco sono straordinarie se si pensa che già nel 1966 aveva realizzato due azioni dal titolo Eurasia, usando varie simbologie, fra cui una lepre morta, dei crocifissi, e il bastone eurasiatico.
Quando Beuys divide la croce, che è anche simbolo della divisione tra l’antica Roma e Bisanzio, della divisione tra le culture, si riferisce alla separazione politica, religiosa e culturale tra est e ovest, di cui propone con le sue azioni il superamento.
L’Eurasia è l’antica terra di migrazioni di razze, umane e animali, quando ancora non esistevano i confini. L’atteggiamento culturale di Beuys consiste quindi in una sintesi tra il materialismo occidentale e il misticismo orientale, per lui razionalità ed intuizione, sfera scientifica e sfera spirituale si devono fondere per creare un tutto organico, presupposto per una nuova presa di coscienza, per questo sostiene che l’arte rappresenta la vera scienza della libertà.
Nel 1981 Beuys si reca in Polonia a Lodz e nel museo SZTUKI, tra i primi musei d’avanguardia in Europa, interamente dedicato all’Arte del XX secolo, internazionale e polacca, realizza l’opera POLENTRASPORT, consistente in un’azione e nella realizzazione di una cassa contenente circa 200 opere grafiche. Anche con questa azione Beuys sceglie di affrontare il problema della tensione tra est ed ovest. All’epoca il muro di Berlino non era stato ancora abbattuto, e il pensiero positivo di Beuys, la sua utopia concreta, sono stati successivamente confermati dalla storia.
In questo periodo la Polonia stava vivendo il primo processo di apertura politica e sociale della fine della guerra che permise la nascita del movimento “Solidarnosc” in Polonia all’inizio degli anni ‘80. Purtroppo nel dicembre dello stesso anno ci fu il colpo di stato (stato di guerra in Polonia) che impedì a Beuys di proseguire il suo progetto, un’opera di grandi dimensioni successiva a Polentrasport.
Tutto l’insieme di lavori che si trova a Lodz, nel cosiddetto “Gabinetto Joseph Beuys”, ricorda in un certo senso l’idea della “Kulturexport”, che Joseph Beuys realizzò qualche tempo prima insieme a René Block tra Berlino e New York (…).
Jaromir Jedlinsski, direttore del muzeum Sztuki di Lodz, nel catalogo della mostra, in “Polentrasport 1981”, spiega come sia la scultura sociale di Beuys che Solidarnosc si proponevano come obiettivo il risveglio del potenziale creativo racchiuso nell’uomo. Beuys in tale occasione, con le sue conferenze, invitava a rifiutare sia il capitalismo privato che quello statale, affermando che dare vita agli ideali di “Solidarnosc” sarebbe stata una valida risposta alla sempre crescente necessità di trovare un “terza via” (…)”.
Queste brevi riflessioni su l’arte, sulle migrazioni e sulla guerra sono le stesse che ci hanno consentito di aprire un dialogo e un confronto con molti artisti ed operatori culturali e con tutti i partner partecipanti al progetto. In tal modo abbiamo potuto organizzare corsi di formazione, conferenze, workshop, incontri dibattito, mostre e manifestazioni, tenendo sempre presente la necessità di rappresentare una continuità di scambio culturale tra i vari contesti della ricerca internazionale.
Analisi e ricerche approfondite, con l’uso anche di tecnologie sperimentali, sono state condotte da vari artisti che hanno partecipato alle varie iniziative. Dopo l’approvazione del progetto da parte della Commissione Europea, abbiamo subito stabiliti contatti operativi fra i vari partner, che comunque già svolgevano, a vari livelli e in diversi ambiti disciplinari, attività artistiche e culturali rivolte al sociale.
I risultati della prima fase del lavoro sono stati presentati e discussi, nel primo meeting che si è svolto a L’Aquila, dal 6 all’11 novembre 2002, sia negli splendidi spazi di Palazzo Branconio, sede della Presidenza della Regione Abruzzo, che nella sede del Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea, direttamente collegata all’Associazione Culturale “Quarto di Santa Giusta”.
Poiché uno degli obiettivi principali del progetto consisteva nel coinvolgimento di ampie fasce di pubblico, in tale occasione si decise di stabilire rapporti proficui sia con altre associazioni artistiche e culturali, che svolgono la loro attività anche nel mondo del volontariato, sia con il mondo scolastico.
Si sono potuti così realizzare, anche dal punto di vista storico, i primi studi specifici nelle varie realtà europee dove ciascuna associazione svolge la propria attività, in modo che tutti i partner potessero essere messa a conoscenza delle identità artistiche e culturali delle varie aree geografiche e culturali europee.
Mostre ed iniziative didattiche hanno visto partecipi sia le scuole medie sia il mondo accademico e universitario, in tale ambito si sono potuti così coinvolgere numerosi artisti e studiosi interessati al progetto.
Per tutta la durata del progetto si sono succedute diverse manifestazioni in cui sono stati presentati i materiali che di volta in volta venivano prodotti, e che solo in parte sono documentati in questo catalogo.
Opere d’arte, foto, libri, documenti e video sono stati esposti e presentati anche in altre manifestazioni organizzate da altre associazioni con cui si sono sviluppati rapporti si interscambio culturale.
Il lavoro prodotto e le informazioni raccolte sono serviti per l’organizzazione delle prime mostre in cui sono stati segnalati, dai vari paesi partner, quegli artisti che hanno lavorato sul crinale di molti linguaggi, ritrovando sia il senso della sperimentazione linguistica che un collegamento con gli attuali problemi dell’emigrazione.
Questi artisti hanno poi partecipato alla mostra finale che si è tenuta a L’Aquila dal 15 maggio al 30 giugno 2003, presso la sede del MUSPAC – Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea. La mostra, accompagnata da incontri e proiezioni giornaliere di film, documentari e video d’arte, ha ottenuto un ottimo successo di pubblico e consensi dalla critica più qualificata, ci auguriamo pertanto che il progetto svolto, su cui continueremo a lavorare anche in futuro, possa aver fornito un modesto contributo alla Comunità Europea e che il mondo dell’arte possa essere sempre tenuto in seria considerazione per lo sviluppo di una società migliore e più giusta di quella che stiamo vivendo.

Enrico Sconci

 

MC 2a Migrations Culturelles aquitaine afriques – Bordeaux, Francia

 

Kizzy Sokombe e Arnaud Dejeammes

 

opera di Arnaud Dejeammes

 

opera di Kizzy Sokombe

 

opera di Kizzy Sokombe

 

Fundation TAQAFAT CULTURAS – Madrid, Spagna

 

Esther Moreno Riesco – sin titulo

 

Esther Moreno Riesco – sin titulo

 

Emilia Orzechowska, Eva Gdowiok – Facescape

 

 

Emilia Orzechowska, Eva Gdowiok – Facescape

 

Przemyslaw Hajek – We still run away

 

Karolina Freino

 

ART et MANIERA – Association Socio Culturel Franco Italien

 

Josiane Vaccari, Matilde Mulè e il direttore del Muspac Enrico Sconci

 

Luciano Tammaro – Il gioco di mani e il gioco d’ ombre

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