IN DONO MICROGALLERIA dell'Accademia di Belle Arti dell'Aquila

23 Aprile 2010

Mostra a cura di Anna Maiorano e Cristina Reggio

 

Il dono dell’arte per abitare e/è guarire

 

Se penso in questo momento all’idea di dono, da condividere con le care amiche Anna e Cristina della MG, non posso che pensare alla possibilità di vedere ricostruito ciò che, prima del tremendo terremoto del 6 aprile, era parte fondamentale della mia esistenza: la mia casa, il Mu.sp.a.c., l’intero centro storico dell’Aquila da intendere come una grande casa, come una grande opera d’arte, un dono appunto.
Dentro il centro storico “abitavamo” il nostro museo nel senso heideggeriano del termine, e cioè come modo in cui gli esseri umani stanno sulla terra, che corrisponde a qualcosa di più che avere un semplice tetto sulla testa, qualcosa di più di un semplice “rifugio”.
Sappiamo bene che si apprezzano di più le “cose” quando c’è il rischio di perderle. Per questo penso al dono come a un luogo significativo dove poter continuare a svolgere la nostra vita, per sentirci di nuovo “a casa” abitando poeticamente, perché solo se abbiamo la capacità di abitare possiamo ricostruire.
Anche il Mu.sp.a.c. (Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea), la cui sede si trova all’interno del Centro Storico, era per noi un dono. In quel luogo ci identificavamo ed avevamo sviluppato un senso di appartenenza, sentivamo che le nostre azioni avevano trovato il luogo adeguato in cui accadere. Si era stabilita con quegli spazi una certa attitudine, un “buon” rapporto in senso fisico e psichico, un punto di appoggio esistenziale, qualcosa di più di una astratta localizzazione, una “stabilitas loci”, condizione necessaria per poter attraversare vari territori culturali compatibili con la dinamica del mutamento. In quegli interni sentivamo di “stare in pace” in un luogo protetto. Quelle stanze di lavoro erano divenute nel corso degli anni un “centro”, luogo di orientamento da cui sono partiti numerosi progetti ed eventi artistici, alcuni svolti in collaborazione con la MG. In quel luogo si metteva al riparo la “parola”, tutti potevano esprimere le loro idee fuori dal rumore del mondo. Lì abbiamo compiuto molti sacrifici, nel senso che abbiamo “fatto rivivere” e ridistribuito forza ed energia vitale.
Il terremoto ci ha fatto sentire invece come anime perse nella solitudine, senza più punti di riferimento garantiti dalla nostra città, dai monumenti, dalle strade, dalle piazze: tutti elementi fortemente collegati alla memoria individuale e collettiva. Questo significa che l’architettura comporta anche delle implicazioni psichiche, delle finalità terapeutiche, anche se queste non sono naturalmente scollegate agli aspetti funzionali. Non a caso soprattutto molte persone anziane, dopo il terremoto, sentendosi al di fuori del loro spazio vitale e affettivo, ci hanno lasciato, raggiungendo le anime di tutte le persone rimaste sepolte sotto le macerie.
Attraverso le energie vitali dell’arte possiamo però tenere vivo il ricordo, possiamo ri-abitare con spirito nuovo la città, possiamo costruire nuovi spazi, risollevarci ed avere più forza di chi non è mai caduto, possiamo risanare una frattura, guarire la ferita profonda provocata dal trauma del Terrae Motus (Beuys), per risvegliare ed ampliare le capacità creative e rigenerative del corpo malato della società, facendo delle nostre menti una scultura sociale, un grande dono.
Dovremo quindi continuare a donare arte con originalità, nel senso di origine, cioè ritorno alla sorgente, per poter recuperare il profondo significato spirituale del gesto del donare, come nel “dono del mantello” di Giotto nella Basilica di S.Francesco di Assisi o i dipinti su Celestino V di Ruther nella nostra basilica di Collemaggio. Opere che hanno rischiato con il terremoto di sgretolarsi, senza perdere però il senso profondo della loro arte che, seppure realizzata in periodi storici diversi, si compone di grande grazia negli atteggiamenti dei rispettivi Santi: con i loro gesti esprimono il valore umano che si è in grado di dare agli altri, mossi dalla necessità di amare. Quell’amare che nell’accezione nietzscheana significa in definitiva creare, nel senso di donare senso.
Per tale motivo, con alcune opere del Muspac, recuperate sotto le macerie, vogliamo insieme a Cristina e Anna intraprendere nuovi viaggi e varcare nuove soglie, per trovare quel luogo radunante dove le cose appaiono in “limpido splendore”, dove tutte le forze spirituali si concentrano.
Ma soprattutto vogliamo continuare ad amare e creare per donare senso.

 

Enrico Sconci

 

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